23.6.06
22.6.06
18.6.06
Potrei...

Potrei finire di studiare e poi trovarmi una fatica, dopo la laurea.
Magari il doppio lavoro per accumulare capitale più in fretta ed alzarmi una casa e una villa a mare.
Potrei accattarmi una macchina.
Da grande potrei andare alle feste e spararmi le pose col duemilaturbo.
Potrei vedermi il mondo e viaggiare.
Potrei girarmi i vicoli e le campagne più nascoste.
Potrei andarmene con milioni di femmine.
Conoscere mari di ubraconi in mezzo a fiumi di alcool.
Potrei prendermi una laurea in filosofia e scrivere milioni di libri.
Potrei candidarmi per le politiche, le regionali, le amministrative o almeno come amministratore di condominio.
Potrei scassare il cazzo a un zacco di gente o farmi pagari per stare zitto e firmare i progetti.
Potrei comprarmi un pallone aerostatico.
Potrei comprarmi SKY per vedermi i film o i cartoni animati. O i film spuorchi.
Potrei comprarmi le paste tutte le domenice e farmi sempre le mmarenne col pane caldo, la mortadella e il provolone piccante e mangiarle di nascosto al fresco del caldo dell'estate; sussurrando ad ogni morso la parola "Echivemmuort!".
Potrei andarmene per sempre o poi tornare ogni tanto a Pasqua e Natale. O alla festa del paese.
Potrei dormire o magnare come il grizzli.
Potrei fare il concorso al ministero o scrivermi nei carabinieri.
Potrei aprirmi pure io un ristorante per le prime comunioni o una pizzeria all'estero. Una gelateria a Bali.
Potrei fare l'operaio per spirito rivoluzionario o andare in giro a chiedere alla gente se si chiaverebbe mai un puorco, e poi pubblicare un sondaggio.
Potrei scrivere un libro o un saggio. O un foglio A4. O una mail. O pure un sms.
Potrei...
Potrei... si potrei...
Ma già me sò cacat u' cazz.
15.6.06
Non c'esiste

Non c'esiste più la mezza stagione,
Nè l'autunno né . La primavera forse.
Non c'esiste più la cinquecento che te l'aggiustavi da solo.
Non c'esistono più i guagliunazzi sulle grazielle in giro per le strade del mondo.
Non c'esiste più il bar che non pensa al restailing.
Non c'esistono più i treni col finestrino che lo abbassavi e cercavi di guardare più avanti al treno, e sputando colpire quello affacciato dietro.
Non c'esiste più la pianta di ciliege dove m'arrampicavo a rubarle e mangiarle urlando il nome del proprietario fino a quando questo non s'affacciava col fucile.
Non c'esiste più il pescheto dove rubavamo le pesce col motorino 50 in moto sul cavalletto per scappare più veloci dei cani.
Non c'esistono più i pomeriggi senza fare niente.
Non c'esiste più manco uno che ti telefona per fare qualcosa di folle.
Non c'esiste più Boris, e la fidanzata s'initta milligrammi di non-sense endovena.
Non c'esiste più la pace.
Non c'esistono più l'amore e l'amicizia.
Non c'esistono più le giornate di sesso che ti coloravano il pesce di viola e tu tenevi paura che fosse successo qualcosa di irreparabile al tuo orgoglio.
Non c'esiste la femmina che si stà zitta se gli dici "tu dammi quel che vuoi, io quel che posso".
Non c'esiste al linearità.
Nell'universo del non lineare non c'esiste nenache Dio, perché Dio è la soluzione banale e lineare al sistema di domande "cosa siamo? Che famo? 'ndò annamo?".
Nell'universo non c'esisti tu e non c'esisto io.
Non c'esiste niente.
La realtà è solo un ipotesi.
Noi stessi ipotesi che avanzano ipotesi che in quanto tali si materializzano altrove ipotizzando ulteriori ipotesi in un sistema universale non limitato.
Esiste un limite?
No. Non c'esiste.
Nè l'autunno né . La primavera forse.
Non c'esiste più la cinquecento che te l'aggiustavi da solo.
Non c'esistono più i guagliunazzi sulle grazielle in giro per le strade del mondo.
Non c'esiste più il bar che non pensa al restailing.
Non c'esistono più i treni col finestrino che lo abbassavi e cercavi di guardare più avanti al treno, e sputando colpire quello affacciato dietro.
Non c'esiste più la pianta di ciliege dove m'arrampicavo a rubarle e mangiarle urlando il nome del proprietario fino a quando questo non s'affacciava col fucile.
Non c'esiste più il pescheto dove rubavamo le pesce col motorino 50 in moto sul cavalletto per scappare più veloci dei cani.
Non c'esistono più i pomeriggi senza fare niente.
Non c'esiste più manco uno che ti telefona per fare qualcosa di folle.
Non c'esiste più Boris, e la fidanzata s'initta milligrammi di non-sense endovena.
Non c'esiste più la pace.
Non c'esistono più l'amore e l'amicizia.
Non c'esistono più le giornate di sesso che ti coloravano il pesce di viola e tu tenevi paura che fosse successo qualcosa di irreparabile al tuo orgoglio.
Non c'esiste la femmina che si stà zitta se gli dici "tu dammi quel che vuoi, io quel che posso".
Non c'esiste al linearità.
Nell'universo del non lineare non c'esiste nenache Dio, perché Dio è la soluzione banale e lineare al sistema di domande "cosa siamo? Che famo? 'ndò annamo?".
Nell'universo non c'esisti tu e non c'esisto io.
Non c'esiste niente.
La realtà è solo un ipotesi.
Noi stessi ipotesi che avanzano ipotesi che in quanto tali si materializzano altrove ipotizzando ulteriori ipotesi in un sistema universale non limitato.
Esiste un limite?
No. Non c'esiste.
7.6.06
Luna carogna

Ho scacciato con un calcio il gatto, e chiuso la porta con 3 mandate lasciando fuori il Mondo, dopo avergli dato in pasto ore lente, come miele appollaiato su fondi di barattoli vitrei nei giorni d'autunno.
Ho aperto la veneziana e richiuso il vetro di corsa. D'un botto. Prima che facesse in tempo a rientrare. Per poterla guardare di nascosto dai suoi occhi, questa luna figlia d'una cagna. Queste nuvole figlie di troia.
E ho camminato chilometri nel corridoio di cotto, e guardato per ore lo stesso quadro cogliendo ogni pennellata. Ogni gesto del pittore. E l'ho colto lì. Nel cerchio del pendente. L'ho colto mentre la velocità del suo polso inseguiva il suo impeto. Ha sbagliato anche lui. Un fuoriclasse stipa, progetta e poi colpisce. Un pesce di cannuccia.
Le scarpe le abbandono sotto il tavolo ed apro l'ante dell'armadio collegate alla lampada alogena.
Di nascosto annaffio la piantina del mio amore lontano da occhi indiscreti.
Luna puttana puoi guardare. Mira. Compiangi. Compatisci. Compensa. Comprendi il tuo schiavo.
All'indomani faccio ritorno alla sua casa, con le chiavi che lei toccava ogn sera. Rifaccio i suoi movimenti e chiudo il cancello rosso come lei lo chiudeva, e chiamo le sue bestie coi nomignoli che lei le dava.
Napoleone era morto disteso sul fianco sinistro con la mascella semiaperta rivolta ad est-sudest. Le mosche cavalline verdi nella bocca e formiche sulla pancia.
Le formiche mangiano dolci e cadaveri. Strizzi di vomito e gocce di sperma. Le formiche mangiano e le cicale cantano. Ma le cicale non ingoiano sperma e cadaveri. Né cadaveri di sperma. Né sperma di cadaveri.
Con una vanga scavo un fosso largo tredici palmi ed alto sei. A est-nordest dell'albero di fico secco: quello col ramo che rasenta la terra ingiallita dal sole di giugno, quello colle fronde spoglie dallo sfondo screziato delle sfumature del melograno che stenta a fiorire.
Ficco il forcone nel ventre della bestia e, mentre liquidi strani dai colori organici scorrono, lo trascino per decine di metri adagiandolo nella buca. Le gocce di sudore mi bagnano gli occhiali e m'asciugo la fronte colla canotta.
La prima manciata di terra suona sulla sua pancia come un tamburo. Lo saluto per l'ultima volta come voleva lei. Ancora un tonfo di tom. Terra sulla faccia. Napoleone è seppellito cazzo. Napoleone è seppellito.
Entro nel suo bagno e sfioro le manopole coi suoi gesti, e mi guardo nello specchio come mi guardava lei. Accarezzo l'asciugamano e mi strofino le mani leggermente. Come le strofinava lei. Ascolto la sua musica coi piedi penzoloni dal lettone come faceva lei, guardando il soffitto e canticchiando sottovoce fino a perdere il fiato. Senza più ritrovarlo. Come faceva lei.
Accarezzo le sue lenzuola e il suo spazio. I suoi libri pieni delle parole che lei mi diceva. Tocco tutto, e rubo un pò di cose per nasconderle nei cassetti della mia mente, in un feticistico rituale riecheggiante un amore lontano miglia.
Ogni sospiro è un ricordo, ogni gemito una speranza. Ogni erezione un rammento. Ogni rammento un sussulto. Ogni minuto un'attesa.
Spalanco le finestre ed urlo. E la luna brigante mi rapisce sbattendomi nell'etere interstellare.
Costringendomi anche stanotte a vagare nel cosmo. A bighellonare tra corpi celesti senza volto. A scavare tra galassie senza nome. A guardare le mie dita. A consumare il mio pensiero.
Alla deriva spazio temporale.
Verso uno stato di minima energia.
Di massima entropia.
Ho aperto la veneziana e richiuso il vetro di corsa. D'un botto. Prima che facesse in tempo a rientrare. Per poterla guardare di nascosto dai suoi occhi, questa luna figlia d'una cagna. Queste nuvole figlie di troia.
E ho camminato chilometri nel corridoio di cotto, e guardato per ore lo stesso quadro cogliendo ogni pennellata. Ogni gesto del pittore. E l'ho colto lì. Nel cerchio del pendente. L'ho colto mentre la velocità del suo polso inseguiva il suo impeto. Ha sbagliato anche lui. Un fuoriclasse stipa, progetta e poi colpisce. Un pesce di cannuccia.
Le scarpe le abbandono sotto il tavolo ed apro l'ante dell'armadio collegate alla lampada alogena.
Di nascosto annaffio la piantina del mio amore lontano da occhi indiscreti.
Luna puttana puoi guardare. Mira. Compiangi. Compatisci. Compensa. Comprendi il tuo schiavo.
All'indomani faccio ritorno alla sua casa, con le chiavi che lei toccava ogn sera. Rifaccio i suoi movimenti e chiudo il cancello rosso come lei lo chiudeva, e chiamo le sue bestie coi nomignoli che lei le dava.
Napoleone era morto disteso sul fianco sinistro con la mascella semiaperta rivolta ad est-sudest. Le mosche cavalline verdi nella bocca e formiche sulla pancia.
Le formiche mangiano dolci e cadaveri. Strizzi di vomito e gocce di sperma. Le formiche mangiano e le cicale cantano. Ma le cicale non ingoiano sperma e cadaveri. Né cadaveri di sperma. Né sperma di cadaveri.
Con una vanga scavo un fosso largo tredici palmi ed alto sei. A est-nordest dell'albero di fico secco: quello col ramo che rasenta la terra ingiallita dal sole di giugno, quello colle fronde spoglie dallo sfondo screziato delle sfumature del melograno che stenta a fiorire.
Ficco il forcone nel ventre della bestia e, mentre liquidi strani dai colori organici scorrono, lo trascino per decine di metri adagiandolo nella buca. Le gocce di sudore mi bagnano gli occhiali e m'asciugo la fronte colla canotta.
La prima manciata di terra suona sulla sua pancia come un tamburo. Lo saluto per l'ultima volta come voleva lei. Ancora un tonfo di tom. Terra sulla faccia. Napoleone è seppellito cazzo. Napoleone è seppellito.
Entro nel suo bagno e sfioro le manopole coi suoi gesti, e mi guardo nello specchio come mi guardava lei. Accarezzo l'asciugamano e mi strofino le mani leggermente. Come le strofinava lei. Ascolto la sua musica coi piedi penzoloni dal lettone come faceva lei, guardando il soffitto e canticchiando sottovoce fino a perdere il fiato. Senza più ritrovarlo. Come faceva lei.
Accarezzo le sue lenzuola e il suo spazio. I suoi libri pieni delle parole che lei mi diceva. Tocco tutto, e rubo un pò di cose per nasconderle nei cassetti della mia mente, in un feticistico rituale riecheggiante un amore lontano miglia.
Ogni sospiro è un ricordo, ogni gemito una speranza. Ogni erezione un rammento. Ogni rammento un sussulto. Ogni minuto un'attesa.
Spalanco le finestre ed urlo. E la luna brigante mi rapisce sbattendomi nell'etere interstellare.
Costringendomi anche stanotte a vagare nel cosmo. A bighellonare tra corpi celesti senza volto. A scavare tra galassie senza nome. A guardare le mie dita. A consumare il mio pensiero.
Alla deriva spazio temporale.
Verso uno stato di minima energia.
Di massima entropia.
4.6.06
Tergi verso

E fu proprio quando crollava l'ipotesi che un avambraccio in zona uterina fosse appannaggio esclusivo di certi film spuorchi che vidi il mondo con altri occhi.
E m'affacciai dalla finestra dell'ostello e guardai il mare sotto la scogliera, coi treni sotto che sfilavano imperterriti, come giorni, pieni di gente diretta da qualche parte.
E feci per prendere l'ultimo sorso di birra prima di rispondere al telefono.
Le parole scorrevano insensate a riempire uno spazio saturo di piacere.
E Feci per terminare la conversazione per ritrovarmi, ancora, con la faccia immersa in universi umidi dichiarati insani dalla santa romana chiesa.
E m'affacciai dalla finestra dell'ostello e guardai il mare sotto la scogliera, coi treni sotto che sfilavano imperterriti, come giorni, pieni di gente diretta da qualche parte.
E feci per prendere l'ultimo sorso di birra prima di rispondere al telefono.
Le parole scorrevano insensate a riempire uno spazio saturo di piacere.
E Feci per terminare la conversazione per ritrovarmi, ancora, con la faccia immersa in universi umidi dichiarati insani dalla santa romana chiesa.
Taci. Su le soglieLa smetto. Giuro che un giorno la smetto.
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove sui pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t'illuse, che oggi m'illude,
o Ermione.
Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitio che dura
e varia nell'aria secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
né il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancora, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immensi
noi siam nello spirito
silvestre,
d'arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.
Ascolta, Ascolta. L'accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall'umida ombra remota.
Più sordo e più fioco
s'allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s'ode su tutta la fronda
crosciare
l'argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell'aria
è muta: ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell'ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.
Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le palpebre gli occhi
son come polle tra l'erbe,
i denti negli alveoli
son come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
( e il verde vigor rude
ci allaccia i melleoli
c'intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m'illuse, che oggi t'illude,
o Ermione."La pioggia nel pineto" - D'Annunzio Gabriele
23.5.06
Sogno numero due
Sottotitolo: Ipotesi per un comizio elettoraleImputato ascolta,
noi ti abbiamo ascoltato.
Tu non sapevi di avere una coscienza al fosforo
piantata tra l'aorta e l'intenzione,
noi ti abbiamo osservato
dal primo battere del cuore
fino ai ritmi più brevi
dell'ultima emozione
quando uccidevi,
favorendo il potere
i soci vitalizi del potere
ammucchiati in discesa
a difesa
della loro celebrazione.
E se tu la credevi vendetta
il fosforo di guardia
segnalava la tua urgenza di potere
mentre ti emozionavi nel ruolo più eccitante della legge
quello che non protegge
la parte del boia.
Imputato,
il dito più lungo della tua mano
è il medio
quello della mia
è l'indice,
eppure anche tu hai giudicato.
Hai assolto e hai condannato
al di sopra di me,
ma al di sopra di me,
per quello che hai fatto,
per come lo hai rinnovato
il potere ti è grato.
Ascolta
una volta un giudice come me
giudicò chi gli aveva dettato la legge:
prima cambiarono il giudice
e subito dopo
la legge.
Oggi, un giudice come me,
lo chiede al potere se può giudicare.
Tu sei il potere.
Vuoi essere giudicato?
Vuoi essere assolto o condannato?
Quest'album (Storia di un impiegato - F. De André) è senza ombra di dubbio il lavoro discografico italiano migliore degli ultimi 100 anni. Le canzoni sono legate da motivi e tematiche. Ciascuna legata alla sccessiva, e le successive alle prime per ritmi ed atmosfere. È un pensiero unico segmentato in diversi brani. Un impatto emotivo, sociale e culturale unico. Pregnante d'anarchia. Brulicante di vita mentale.
20.5.06
Ricordando i morti

Era il 1° novembre. Non il 2, perché il 2 non si fa festa sulla fatica in Italia, e mio padre doveva andare a faticare il giorno dopo.
Come ogni anno ci recammo nei vari cimiteri di Napoli, superaffollati.
Fuori era una specie di festa del paese. C'erano le giostre, lo zucchero filato, i palloncini abbuffati con l'elio, il venditore di melograni caramellati e quello delle prime castagne tirate fuori dal congelatore col sapore acido dell'anno prima.
Il vialone del cimitero lunghissimo. Ogni cimitero ha un viale. Intorno e inmezzo neri che volevano venderti gadget utili ma di poco conto anche per l'epoca.
I zincari che elemosinavano imperterriti ossessionandoti per metri.
Il monumento ai caduti.
Al bivio a sinistra.
Il mio bisnonno, uno zio e la mia bisnonna tutti nella stessa tomba:
Oltre era la tomba di mio nonno che recava il mio nome e il mio cognome. Mia nonna piangeva per giorni nei giorni del 2 novembre e, ancora oggi, si porta la sedia pieghevole di legno e passa tutto il giorno lì. Una specie di ricongiungimento astrale ol marito morto prematuramente. O morto al tempo giusto ma quando lei non voleva.
Mio padre guarda suo padre, e mi chiama. E io mi giro sorridendo: almeno io glielo potevo dare il sorriso, e gratis.
Poi mi arrampicai sopra un'impalcatura di legno che cingeva nuove nicchie in costruzione. E urlavo:
Mio fratello mi segue.
Dopo un pò arriva mio fratello cuggino e gli grido:
L'arrembaggio era finito. Da capitano a testa di cazzo il salto era grosso. Mortificante. Una specie di capoturno ridotto a operaio semplice. O contratto a progetto non rinnovato.Mi sentii una chiavica e mi dissi che dovevo crescere. Che non andavo bene.
Mi sentii addosso la colpa delle giostre e dei palloncini. Dei parcheggiatori abusivi.
Fu quel giorno. Quel giorno che sentii il peso dell'umanità gravarmi addosso come una cicciona che mi monta dopo una settmana di lavoro.
Mi sentii pesante.
Tornai a casa e feci la mia prima rivoluzione.
Buttai tutti i disegni dei cartoni animati che per 1 anno calcai a mano con la carta copiativa. I miei capolavori.
E per la prima volta, mi legai una pezza in fronte andai in cucina. Fissai mia madre negli occhi bestemmiai Dio per la prima volta..
Che all'epoca non sapevo ancora cos'era.
Piesse: dedico questo post a sagami (http://www.sagami.splinder.com) mia musa ispiratrice della sera.
Come ogni anno ci recammo nei vari cimiteri di Napoli, superaffollati.
Fuori era una specie di festa del paese. C'erano le giostre, lo zucchero filato, i palloncini abbuffati con l'elio, il venditore di melograni caramellati e quello delle prime castagne tirate fuori dal congelatore col sapore acido dell'anno prima.
Il vialone del cimitero lunghissimo. Ogni cimitero ha un viale. Intorno e inmezzo neri che volevano venderti gadget utili ma di poco conto anche per l'epoca.
I zincari che elemosinavano imperterriti ossessionandoti per metri.
Il monumento ai caduti.
Al bivio a sinistra.
Il mio bisnonno, uno zio e la mia bisnonna tutti nella stessa tomba:
- Ma come fanno a entrarci a 3, papà?
- Quelli quando muoioni s'astregnono!
Oltre era la tomba di mio nonno che recava il mio nome e il mio cognome. Mia nonna piangeva per giorni nei giorni del 2 novembre e, ancora oggi, si porta la sedia pieghevole di legno e passa tutto il giorno lì. Una specie di ricongiungimento astrale ol marito morto prematuramente. O morto al tempo giusto ma quando lei non voleva.
Mio padre guarda suo padre, e mi chiama. E io mi giro sorridendo: almeno io glielo potevo dare il sorriso, e gratis.
Poi mi arrampicai sopra un'impalcatura di legno che cingeva nuove nicchie in costruzione. E urlavo:
- Sono il capitano! Salite a bordo! Non rimanete a terra! L'isola esploderà tra un minuto, cazzo!La folla mi guardava ma nessuno saliva.
Mio fratello mi segue.
Dopo un pò arriva mio fratello cuggino e gli grido:
- Amico sali! Sei ancora a Terra! Staje 'nguajato!e lui.
- Si ma tu staje ancore dinto e' ccriature! (vivi ancora nel mondo dei bambini).Tirai un calcio a mio fratello e scendemmo dalla scialuppa.
L'arrembaggio era finito. Da capitano a testa di cazzo il salto era grosso. Mortificante. Una specie di capoturno ridotto a operaio semplice. O contratto a progetto non rinnovato.Mi sentii una chiavica e mi dissi che dovevo crescere. Che non andavo bene.
Mi sentii addosso la colpa delle giostre e dei palloncini. Dei parcheggiatori abusivi.
Fu quel giorno. Quel giorno che sentii il peso dell'umanità gravarmi addosso come una cicciona che mi monta dopo una settmana di lavoro.
Mi sentii pesante.
Tornai a casa e feci la mia prima rivoluzione.
Buttai tutti i disegni dei cartoni animati che per 1 anno calcai a mano con la carta copiativa. I miei capolavori.
E per la prima volta, mi legai una pezza in fronte andai in cucina. Fissai mia madre negli occhi bestemmiai Dio per la prima volta..
Che all'epoca non sapevo ancora cos'era.
Piesse: dedico questo post a sagami (http://www.sagami.splinder.com) mia musa ispiratrice della sera.
18.5.06
"Un pensiero poetico"

La vita l'è per davvero un libro.
Anch'essa comincia per un'introduzione.
Ci sono giorni che scorrono nelle tubbature della vita nonostante l'intasamento dei condotti.
Ci sono soli che splendono davanti agli occhi delle nostre facce nonostante le lenti polaroid.
Ci sono adorabili pucchiacche in treni alta frequentazione, nonostante i sedili vuoti che nella stessa carrozza massimizzano le distanze d'incomunicabilità.
Ci sono passeri che volano su cavi dell'alta tensione, nonostante le vrachette difettose.
Ci sono elezioni nonostante l'antidemocrazia pedante.
Mi maneo il pesce e annuso.
I muscoli del viso si contraggono approvando l'essenza nonostante il disgusto.
Azzecco il palmo su questo foglio di carta elettronico, nonostante il monitor, e te lo sbatto sotto al naso nonostante tu sia lì.
E tu leggi, nonostante non possa annusare.
Domattina mi sveglierò felice per non avere un cazzo da fare, e mentre mi affaccerò alla finestra respirando con gli occhi chiusi, profondamente, tenendomi lo scroto con la mano destra. L'altra mano porterà alla mia bocca succo d'arancia. Guarderò il mondo e sarò felice.
Almeno per quell'attimo.
Nonostante voi.
7.5.06
TazLoveMedia
Mi sono permesso d'incidere una seconda chicca.
E' la lettura di una poesia scritta da me (non ancora pubblicatada nessuna parte) e letta, stavolta davvero male. Per scaricare cliccate quì sotto:
La canzone che fa da background, stavolta, è una canzone di Matteo Salvatore dal titolo "Lu bene mio".
Matteo Salvatore era un cantante popolare pugliese. Un anarchico, artista superpazzo e fantastico. Di lui è stato pubblicato solo un libro con CD dal titolo "La luna aggira il mondo, e voi dormite". Potete leggere qualocosa quì:
http://www.allaboutjazz.com/italy/articles/arti1004_021_it.htm
Il libro+CD li potete trovare su:
http://www.stampalternativa.it
P.S. Anche stavolta, è consgliato l'ascolto in cuffia a volume medio alto. Le gradite jastemme nei commenti.
La canzone che fa da background, stavolta, è una canzone di Matteo Salvatore dal titolo "Lu bene mio".
Matteo Salvatore era un cantante popolare pugliese. Un anarchico, artista superpazzo e fantastico. Di lui è stato pubblicato solo un libro con CD dal titolo "La luna aggira il mondo, e voi dormite". Potete leggere qualocosa quì:
http://www.allaboutjazz.com/italy/articles/arti1004_021_it.htm
Il libro+CD li potete trovare su:
http://www.stampalternativa.it
P.S. Anche stavolta, è consgliato l'ascolto in cuffia a volume medio alto. Le gradite jastemme nei commenti.
6.5.06
@Station

Stamattina alla stazione sono comparsi altoparlanti grigiochiaro che annunciano treni e ritardi. Lo fanno in continuazione senza lasciare tregua.
Li osservavo mentre soli come allodole se ne stavano appollaiati sopra la scritta bianca recitante: "MUSICOPOLI".
Li fissavo mentre vibravano i timpani dei pendolari e gli occhi del capostazione che attonito vedeva passeggeri abituali. Lui oramai, forse, non ha più un cazzo da dire a nessuno. Presto verrà sostituito da un'impianto automatico sancente l'uffiale rottura dell'ultimo legame di dialogo nelle stazioni del sud: attaccare bottone col capostazione, cacargli il cazzo sulle ferrovie, dirgli qualcosa di cattivo gusto su trenitalia, incolparlo del ritardo, farlo sentire amico di viaggio, complice del cambiamento della strada che comincia, lasciarlo maledire il lavoro e poi stare con lui. Lì, vacui, tra un binario e l'altro a guardare i raggi del sole d'aprile.
Nuove tecnologie elettroniche irrompono nel panorama desolato e deserto dominato da un sottopasso che dà in mezzo ad una campagna, ad una 60ina di metri dalla stazione. Lì una volta -dicono- dovevano arrivare gli scali commerciali. Una volta, quando Musicopoli era in espansione.
Oggi Musicopoli è in un'involuzione socio-sanitaria-culturale ed economica spaventosa e l'unica cosa che rimane a far compagnia alla desolazione mattutina colorata di verde speranza, è un capannone industriale semidistrutto dalle pareti sghembe che tagliano l'erba e i tralicci di cementarmato. Sul tetto ancora qualche lamiera di eternit e qualche gazza ladra. Una beccaccia...
Intorno alla stazione c'è un binario morto e poco più in là una casupola quadrata circondata di un giardino con decine di piantine curate e fiori. Tendine bianche pulitissime, stile "casa primo dopoguerra" teneramente si lasciano solleticare dal vento, svelando con discontinuità un'intimità inalienabile che si dissocia dal tempo e dallo spazio per dare vita ad una dimensione di complicità familiare, di coesione, di reciproco affetto. Di mutua assistenza.
A volte vado prima alla stazione, per assicurarmi che tutto sia uguale.
Ad accertarmi che quel porto dal quale il mio corpo parte per strade improvvisate rimanga, nello sprito, uguale a se stesso.
A verificare che gli occhi del capostazione mi guardano con sospetto d'imminente suicidio.
Passeggio tra i binari, e ritorno.
Rimango in bilico sul rettilineo indefinito ricoperto d'ossido ferroso muovendo un piede davanti l'altro.
In equilibrio sopra i travertini di legno e sopra le pietruzze.
Sotto i cavi a 380volts.
Di fianco alla casetta Egidio innaffia i fiori mentre Franco è sull'uscio in boxer bianchi. Si tocca il pesce e fa un fischio da capraro a Egidio che lascia la pompa per farne una più gradevole.
Faccio per cadere ma resto lì.
Otto centimetri sopra il mondo è tutto più poetico.
Li osservavo mentre soli come allodole se ne stavano appollaiati sopra la scritta bianca recitante: "MUSICOPOLI".
Li fissavo mentre vibravano i timpani dei pendolari e gli occhi del capostazione che attonito vedeva passeggeri abituali. Lui oramai, forse, non ha più un cazzo da dire a nessuno. Presto verrà sostituito da un'impianto automatico sancente l'uffiale rottura dell'ultimo legame di dialogo nelle stazioni del sud: attaccare bottone col capostazione, cacargli il cazzo sulle ferrovie, dirgli qualcosa di cattivo gusto su trenitalia, incolparlo del ritardo, farlo sentire amico di viaggio, complice del cambiamento della strada che comincia, lasciarlo maledire il lavoro e poi stare con lui. Lì, vacui, tra un binario e l'altro a guardare i raggi del sole d'aprile.
Nuove tecnologie elettroniche irrompono nel panorama desolato e deserto dominato da un sottopasso che dà in mezzo ad una campagna, ad una 60ina di metri dalla stazione. Lì una volta -dicono- dovevano arrivare gli scali commerciali. Una volta, quando Musicopoli era in espansione.
Oggi Musicopoli è in un'involuzione socio-sanitaria-culturale ed economica spaventosa e l'unica cosa che rimane a far compagnia alla desolazione mattutina colorata di verde speranza, è un capannone industriale semidistrutto dalle pareti sghembe che tagliano l'erba e i tralicci di cementarmato. Sul tetto ancora qualche lamiera di eternit e qualche gazza ladra. Una beccaccia...
Intorno alla stazione c'è un binario morto e poco più in là una casupola quadrata circondata di un giardino con decine di piantine curate e fiori. Tendine bianche pulitissime, stile "casa primo dopoguerra" teneramente si lasciano solleticare dal vento, svelando con discontinuità un'intimità inalienabile che si dissocia dal tempo e dallo spazio per dare vita ad una dimensione di complicità familiare, di coesione, di reciproco affetto. Di mutua assistenza.
A volte vado prima alla stazione, per assicurarmi che tutto sia uguale.
Ad accertarmi che quel porto dal quale il mio corpo parte per strade improvvisate rimanga, nello sprito, uguale a se stesso.
A verificare che gli occhi del capostazione mi guardano con sospetto d'imminente suicidio.
Passeggio tra i binari, e ritorno.
Rimango in bilico sul rettilineo indefinito ricoperto d'ossido ferroso muovendo un piede davanti l'altro.
In equilibrio sopra i travertini di legno e sopra le pietruzze.
Sotto i cavi a 380volts.
Di fianco alla casetta Egidio innaffia i fiori mentre Franco è sull'uscio in boxer bianchi. Si tocca il pesce e fa un fischio da capraro a Egidio che lascia la pompa per farne una più gradevole.
Faccio per cadere ma resto lì.
Otto centimetri sopra il mondo è tutto più poetico.
4.5.06
SburroMedia
Ho elaborato una lettura (pessimissima) di "Sburro", un pezzo pubblicato quì qualche tempo fa, missato con la "Canzone del Parco" dei "Baustelle", gruppo toscano di altissimo livello, ma messo all'angolo come tutta la buona musica italiana di adesso.
Per scaricarlo cliccate quì sotto:
Sono ovviamente gradite jastemme e mmale parole a commento della cosa.
P.S. Se ne consiglia l'ascolto in cuffia.
Per scaricarlo cliccate quì sotto:
Sono ovviamente gradite jastemme e mmale parole a commento della cosa.
P.S. Se ne consiglia l'ascolto in cuffia.
30.4.06
Meridionalismo

Un trillo di citofono,
una giacchetta buona con una cravatta simpatica.
Un amico,
un parente.
Un discorso senza idea,
una parola senza un'adeguata struttura sintattica.
Una promessa,
un piacere.
Un caffé,
un sorriso e due battute.
Una promessa di voto,
un'assenza d'opinione politica.
Un commento sconclusionato fuori dal portone,
una battuta sul pessimo drink bevuto.
La democrazia in un paese del Sud con meno di 15mila abitanti,
si manda giù insieme ad un campari con gin e due nucelle americane.
Quiggiù la democrazia s'ingoia.
una giacchetta buona con una cravatta simpatica.
Un amico,
un parente.
Un discorso senza idea,
una parola senza un'adeguata struttura sintattica.
Una promessa,
un piacere.
Un caffé,
un sorriso e due battute.
Una promessa di voto,
un'assenza d'opinione politica.
Un commento sconclusionato fuori dal portone,
una battuta sul pessimo drink bevuto.
La democrazia in un paese del Sud con meno di 15mila abitanti,
si manda giù insieme ad un campari con gin e due nucelle americane.
Quiggiù la democrazia s'ingoia.
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