3.7.06

A volte penso Che...

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Ospitiamo, quì sotto, lo scritto di una che ha deciso di andare in Palestina insieme ad un manipolo di giornalisti de "Il Manifesto" per cronacare dal vivo non ho capito bene cosa. Lo scritto è in esclusiva assoluta. Accorrete lettori. Accorrete.
Lacio drom. Taz.

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Arriva un momento che sei esattamente al tuo posto, lo stesso che guardavi da fuori qualche tempo prima. Lo stesso a cui giravi intorno, senza mai compiere il passo decisivo. C’è un posto al quale apparteniamo, ognuno ne ha uno diverso, una stanza da abitare con se stessi per il resto della vita.
“Stanotte non tornare a casa, riposami sul cuore. Resta con me tutto il tempo, il nostro tempo, quello che mi resta. È il mio solo desiderio. Partiremo entrambi domani.”
Così ho scritto. E aspetto.

La carrozza è quasi vuota; il primo sole del mattino inonda la campagna ed il foglio nero, come a sprigionare luce da un abisso, ma è solo un misero cartone ad illuminarsi, di sole, di parole, l’ombra facendo posto a qualche arabesco di vita. Una galleria m’inghiotte proprio mentre sto sognando il sogno, adesso nel vetro c’è riflessa la mia immagine. Oggi sono rotonda, carnosa, un invitante petalo di fiore esotico, un giorno più vecchia di domani. Il mio cuore reca inciso a chiare lettere l’invisibile ricamo del destino, la favola inventata da un fantasioso Cantastorie. Ma il mio cuore è miope e non legge da così lontano, un millennio è la distanza che mi separa da lui. I miei occhi non vedono che contorni sfocati, figurarsi leggere! È un’improvvisazione stupenda, vivere.

La stazione di Roma è scivolata via in fretta tra abbracci e panico e lacrime ai finestrini. Ho negli occhi gli occhi di una giovane donna, che consuma un interminabile addio, lasciando trasparire una rassegnazione velata di malinconia, elegantemente stipata in petto come fosse un segreto scomodo. Non si può amare il mondo senza sciogliersi in esso, così mi ha insegnato un amico. Ho vissuto la disperazione della rinuncia, il saluto reso penosa agonia. Voci si rincorrono lungo i corridoi del mio treno: inciuci come una malattia, un cancro all’apparato digerente. Inciuci per tenersi svegli, occupati. Inciuci che non posso spegnere. È un’improvvisazione vergognosa, vivere.
Comincio a sentire l’ansia per l’incontro. Non conservo foto di lui, le ho gettate in pasto all’oblio per rabbia. L’ho amato sempre, di un amore che sembrava un mostro, dopo che lui mi ebbe voltato le spalle ed abbandonata. Ma forse allora era debole, aveva paura. Sto andando a scovare quella paura, a farla a pezzi, restituendoci l’amore che meritiamo. Ho deposto le armi tempo fa, ma sarei pronta ad imbracciarle di nuovo tutte, se fosse necessario, compreso il machete che nascondo nella giarrettiera… è rossa ed intrepida, la sua Fatina Guerrigliera.

Caserta. Roma. Firenze. Bologna. Milano.

Milano. Un cesso di città, la più brutta che abbia mai visto, la città più fottutamente merdosa che abbia mai visitato. Orfeo la odia. Io pure. La sua sagoma mi ruba lo sfondo, lo guardo arrivare, le parole lasciando posto al bacio che vale una vita intera. Si, è come dite voi, non è certo come vi ho lasciato credere. Esiste una sola mano che schiacciata contro la tua crei la simbiosi perfetta, un solo uomo per ogni donna che va a morire chissà dove. Credeteci, sempre, all’amore. A quello che comunque vada non può spegnersi mai, non può finire mai. Credete di poter trovare, un giorno, un angolo di purgatorio in cui scambiarvi la pelle e i nervi, le paure, le gelide attese sciogliendo nel piacere. Non ho paura di partire, perché lui verrà con me. Non di morire, perché lui vivrà per me.

Impallidisco se penso a domani, ma almeno io avrò un motivo per tornare. Per ogni viaggio che intraprendete, verso qualunque destinazione, abbiate sempre un motivo per cui tornare. Promettete a qualcuno di tornare. Ho scoperchiato per l’ultima volta il vaso di Pandora. A uscire è una libellula sottile e delicata, con le ali di cristallo. Quando mi sveglierò, il cielo di Betlemme avrà i suoi occhi.
Vai, Chiara, e vivi. Che tu non sai, non puoi, farne a meno. Tieniti il mio pensiero. Perché il vero viaggio sarà dentro, ed io sento che attraverserai mille confini, così. Sarò qui. Spero migliore. Lo meriti. Tu.

Il mio regalo. Per te, Amore.



A volte penso Che…
- Tributo all’Uomo -

“Con noi rimane ciò che era buono e chiaro
Ciò che sempre traspariva in te,
l'amore e l'odio, ma mai la paura,
Comandante Che Guevara”
(Wolf Biermann)


L’uomo aveva il viso tumefatto e coperto di sangue. Il corpo lacero e contuso.
Aveva gli occhi spalancati, a vedere il cielo per l’ultima volta, o il muto soffitto di pietra. Un’urgenza di libertà nel cuore e l’immagine di sua madre viva nella memoria, quando il nemico lo colpì alle gambe nella foresta silenziosa, catturandolo, per poi lasciarlo agonizzare tutta la notte, senza cure, randagio preso al guinzaglio.
Nel vento si perdevano i suoi pensieri, si addormentavano i suoi sogni. Pensò senza alzare la voce, come faceva sempre, con estrema dignità. Pensò ai suoi compagni, prima che a sé, ancora una volta. Pensò alla pioggia. Pensò che aveva sete. Pensò ai suoi figli. Alla notte che non passava, alle risposte che ancora non trovava. Udì il suono dei loro passi, ne scorse gli stivali. I fucili. L’odio. Ed i sorrisi crudeli. Sentì il sapore del sangue in bocca poco dopo, quando lo trascinarono all’Inferno.
Capì di dover essere forte, ed esibire il coraggio delle proprie idee ancora una volta, per l’ultima volta. Lo sguardo annebbiato non si spegneva, rafforzandosi in lui la speranza di poter essere utile da morto quanto lo era stato da vivo, mentre accovacciato schiena al muro vedeva il tradimento e le armi che lo avrebbero ucciso.
L’ultimo pensiero, prima dello sparo, fu che niente sarebbe andato perso, fu la certezza di aver agito nel bene, per difendere quel pueblo a cui sentiva di appartenere, affinché al mondo mai più ci fossero vincitori o vinti, servi e padroni, avendo egli insegnato agli uomini ad essere sempre capaci di sentire nel più profondo dell’animo qualunque ingiustizia commessa contro chiunque, in qualunque parte del mondo.
Lo stava ancora pensando, quel pensiero, quando il respiro infine l’abbandonò.
Un soldato, un bambino, qualcuno… lo trivellò. Hanno ammazzato l’uomo, non l’idea. Un’idea può cambiare il mondo a distanza di anni, secoli, millenni. Un’idea può anche confondere, può stordire, può generare fanatismi. Un uomo, invece, può soltanto vivere, prima di morire. Pensate all’uomo che sapeva umiliare i nemici, i Signori del Potere, senza neppure parlare. Perché immensa era la forza del suo ideale.

http://blog.libero.it/suami

3 commenti:

ilcavatappi ha detto...

didascalico.
ma se è stata in palestina, può essere didascalica.
tivibbì

MavE ha detto...

Si, buona la prima.

MavE

Anonimo ha detto...

io lo trovo molto appassionato. ogni tanto è bello riscoprire l'amore nella guerra, un po' come per l'eros e thanatos. la guerra è morte, distruzione, e per non farsi cambiare da essa ci vuole coraggio e una profonda forza d'animo. non so se ci andrei mai laggiù, perché mi fa terrore, però se avessi questa motivazione, reale o ideale, e la certezza che qualcuno aspetta il mio ritorno, affronterei qualunque impresa.

ChriS