19.10.07

Capitolazione


Dopo una notte di pioggia, all'alba, il cielo era livido.

L'aria tagliente preannunciava l'inverno.

Le gocce semiasciutte sparse tra i granelli li rendevano più consistenti. Il sabbione misto ai rovi di quella spiaggia intatta offrivano resistenza al piede nudo che non cedeva. Non affondava. Deciso incontrava la spuma, le conchiglie_case_morte di molluschi crepati a settembre.
Sassolini, sassolini. Ancora sassolini.
Milioni di sassolini per Francesca.
Chili, quintali. Cave di sassolini e conchiglie.

Sul far della battigia ovunque erano tracce di gabbiani. Zampate di gabbiani. Talloni di gabbiani. Piume di gabbiani. Cacche di gabbiani.

I millemila Jonathan Livingston non volteggiavano: planavano, su quelle spiagge sopra le nostre teste. Di fianco alla scala enorme, di legno aspro, che per gradini portava al paradiso lembito d'acqua salata.

Lo ricordo il suo maglione, era di quel bianco ingiallito di fintapecora, con una cirniera che le tagliava il petto dalla gola al pube passandole tra i capezzoli duri. Il collo schiacciato con in rilievo disegnate tante linee parallele ed oblique.

Sfilati via, i ginz lasciarono la sua pelle secchissima assolarsi ai raggi d'ottobre. Le sue culotte di velo ed organza, di un lilla tenue, scoprivano i pochi peli della sua vagina che ritrovai d'improvviso assalire il mio bassoventre.
Non avrei creduto di fare l'amore lì, sui gradini di legno della scala del silenzioso paradiso.
Non avrei creduto di cedere ai suoi morsi sul mio mento, allo scroscio dell'acqua ed al vento teso delle ali gialle di volatili autunnali.
Non avrei creduto di penetrare quel singhiozzo unto di addio. Non avrei osato proiettare pensieri sui miei arti che avvolgevano quell'anima di cristallo.

Il mio corpo era in balia delle sue mani che, cavalloni, s'infrangevano sul mio corpo.
Le mie orecchie stordite dai gemiti suoi urla di cornacchie a valo raso.
Il mio profumo in balia del suo.
Il mio cazzo in balia della sua bocca.

Si alzò d'improvviso la creatura. Si dileguarono le vesti seu. La brina venne su dagli arbusti e le farfalle ne intrecciarono la poesia in un abito lungo. I corvi lo colorarono di rosso posandole al capo una corona di castagno.

Camminò sulle punte lungo la legnosa passerella, il braccio sinistro semichiuso a stringere fiori eterei.

Cadde nelle mie braccia e invitammo i gabbiani al banchetto della nostra congiunzione.
Non avrei mai creduto di piangere d'amore.

Resta cu' mme
pe' carità
statte cu' mme
nun me lassà.

Famme penà,
Famme 'mpazzi'
Famme dannà,
ma dimme sì.

Moro pe' tte',
vive pe' tte.

Vita da' vita mia
nun 'me 'mporta do' passato
nun 'me 'mporta e chi t'ha avuto
resta cu' mme'...
cu 'mme.
..
famme penà
famme 'mpazzi'
stattè cu' mme
nun me lassà ...
resta cu' mme....
nun me lassà
..
vita 'dda vita mia
nun 'me 'mporta do passato
nun 'me 'mporta e chi t'ha avuto
resta cu'... mme...
cu... 'mme

D. Modugno - Resta cu me'.

2 commenti:

Anonimo ha detto...
Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.
I know you ha detto...

Una bella esperienza !